martedì 12 giugno 2012

Voci dal carcere


Oggetti della memoria



A casa nostra la radio di mio padre è un oggetto molto prezioso e importante soprattutto per mio padre visto che appartiene al tempo dell’occupazione francese e a lui lo ha lasciato suo padre quando è morto e l’origine era di suo nonno. Questa radio, tanto tempo fa valeva  più di un computer e anche adesso può valere di più perché è un oggetto antico e non ce ne sono più.

Scherzo sempre con mio padre chiedendo di buttare via questa radio ,”Sembra una scatola da scarpe!’  

Lui rispondeva, ‘Ti butto via te, ma la mia scatola no.’

Si occupa sempre della sua radio. La pulisce di mattina e di sera, l’accarezza come un diamante e per quello io e i miei fratelli la chiamiamo ‘il Ferrari di mio padre.’

Però anche per noi è un oggetto che appartiene alla nostra famiglia da secoli fa e sappiamo tutti il suo valore e quanto è preziosa.

K.G.

(Pubblicato nel fascicolo AVoC  'Liberarsi con le parole')

sabato 9 giugno 2012

Le vostre storie


Scrivere



Ho scoperto che non vedo più dentro me stessa,

guardo, scruto, a volte scavo e trovo sensazioni,

emozioni, colori, suoni che mi riportano a tempi passati.

Li avevo dimenticati, o forse erano tanto in fondo

che non li trovavo più, erano come ere coperte dal tempo,

come strati della terra che non si perdono,

ma i tempi  successivi  ricoprono.

Strati su strati, con diverse consistenze,

tutti egualmente importanti, ma con una incisività diversa,

alcuni come fossili, improntati nella roccia, altri come

un vento, un soffio ma che pur sempre fa riaffiorare

quel fremito, quel brivido, quel grande calore.

Tutto si trasmette alla mano, a quella matita (o tastiera)

e si materializza sulla carta come su un grande schermo,

lo schermo della vita passata che riaffiora, prima timida,

poi impetuosa.

Questo ho trovato nel corso di “Scrittura autobiografica”,

prima timidamente provavo a far uscire quello che c’era dentro,

poi sempre più (vogliamo dire) sicura, una parola non molto presente

nel mio essere, spesso condito da lacrime, da nodi alla gola,

da silenzi.
Mi sembra a volte di muovere zolle, zolle che non

essendo compatte lasciano uscire dai loro solchi quello

                    che hanno trattenuto per tanto tempo.

Mirella

mercoledì 6 giugno 2012

Una poesia per voi


Wislawa Szymborska, 'Contributo alla statistica'

Su cento persone:

che ne sanno sempre più degli altri 
- cinquantadue;


insicuri a ogni passo
- quasi tutti gli altri;












pronti ad aiutare,
purché la cosa non duri molto
- ben quarantanove;



buoni sempre,
perché non sanno fare altrimenti 
- quattro, be’, forse cinque;




propensi ad ammirare senza invidia
- diciotto;



viventi con la continua paura
di qualcuno o qualcosa
- settantasette;






dotati per la felicità,
- al massimo non più di venti;







innocui singolarmente,
che imbarbariscono nella folla
- di sicuro più della metà;


crudeli,
se costretti dalle circostanze
- è meglio non saperlo
neppure approssimativamente;





quelli col senno di poi
- non molti di più
di quelli col senno di prima;


che dalla vita prendono solo cose
- quaranta,
anche se vorrei sbagliarmi;


ripiegati, dolenti
e senza torcia nel buio
- ottantatré


prima o poi
degni di compassione
- novantanove;

 mortali
- cento su cento     100%
Numero al momento invariato

.

martedì 5 giugno 2012

Le vostre storie


Vivere un terremoto

Mariella racconta...



Sono tendenzialmente una persona razionale e ragionevole.  Attualmente sto vivendo nel centro del terremoto ma non nell’epicentro, il che  mi permette di continuare ad essere ragionevole. Non posso e non voglio raccontare il terremoto. Ma mi è stato chiesto di raccontare come reagisce una persona ragionevole ad un terremoto che dura da oltre quindici giorni, che sembra rinnovarsi con scosse di pericolosa virulenza ogni sei o sette giorni, e nel frattempo tiene tutti aggiornati con più o meno forti scosse cosiddette di assestamento. Di assestamento - in altre parole, fine delle scosse oltre il quinto grado Richter e inizio di una situazione di normalità -  per ora nessuna notizia.

E allora come si vive?

La prima scossa mi sveglia il 20 maggio alle quattro del mattino. Al quinto piano una scossa fa ondeggiare piuttosto visibilmente una casa di cemento armato, strutturalmente elastica. Il letto si muove, gli oggetti ballano, una statua alta e sottile si corica, per fortuna, su una fotografia in cornice. Niente altro.

Accidenti, che scossa! L’epicentro deve essere vicino. Tutto sommato ho sperimentato altre scosse, senza turbarmi troppo, il terremoto del Friuli, per esempio, o quello delle Marche e del parmense. Ma lo sappiamo, sotto Modena c’è l’acqua, questa non è mai stata zona di terremoti. La sveglia suona qualche minuto dopo il terremoto: in effetti devo prendere un pullman alle cinque, mi aspettano alcuni giorni di turismo lungo la Mosella. Partiamo senza troppa preoccupazione per chi resta a casa.

Le notizie ci rincorrono e ci fanno capire che questa volta siamo noi l’obiettivo del sisma. Figli e amici ci tengono aggiornati e cominciamo a sentire la lontananza come un segno di irresponsabilità, o almeno di scarsa sensibilità. Infatti più o meno piccole scosse si susseguono a centinaia ma, poiché mia figlia è del genere razionale/ragionevole, penso che non ci sia un vero pericolo per la famiglia. Ma per gli sfortunati dell’epicentro sì, il pericolo lo vivono ogni giorno con morti, feriti e distruzione di case e fabbricati.
Soffro anche a sentire che sono stati distrutti monumenti, non eccelsi ma così legati al paesaggio e alla cultura della zona, che conosco o, se non li conosco direttamente, è come se li conoscessi perché fanno parte del mio mondo da sempre.

Al ritorno a casa non prendo molto sul serio il pericolo personale ma mi dà grande pena la vista delle persone che raccontano con estrema concretezza e compostezza la perdita di molto o di tutto.

Ma il lunedì c’è già chi si muove e tenta di riavviare il lavoro. Non si sta con le mani in mano qui. E questo causa altri morti, perché martedì mattina si verifica una scossa fortissima alle 9.

La scossa è prolungata e a me pare, in parte, sussultoria perché mi è sembrato che la terra mi spingesse da sotto. Poi si è dondolata, la nostra terra, come a rassicurarci che era tutto come il solito.

Paura? Non tanta, ma sorpresa perché l’illusione che si fosse alla fine del sisma ci cominciava a sorridere. Tenere i nervi saldi, mi dico. Abito in un condominio “elastico “. L’architetto che lo ha costruito ci abita pure e dice che va a letto tranquillo. Sua moglie meno. Faccio lo sforzo, senza troppa fatica per la verità, di ignorare le piccole continue scosse che si susseguono. Ho constatato che lavorare, fare cucina e soprattutto suonare il piano aiuta a  escludere dal cervello le sensazioni che il corpo manda con regolarità in termini di accelerazione del battito cardiaco, per qualcuno anche  giramenti di testa o nausea. Sono diventata abile a nascondermi le sensazioni che potrebbero spaventarmi. Ma alla sera una nuova drammatica  scossa.
Prima pensi a quei poveretti che sono morti nei capannoni, vittime di quante circostanze contrarie: la fragilità delle costruzioni, la meritoria volontà di ricominciare subito ma anche una certa superficialità nella decisione di farlo, e di nuovo la sorpresa delle due terribili scosse. Ma non era zona a basso rischio sismico?

E allora tu, fra sentimenti di solidarietà (vai subito a fare un bonifico) e desiderio di non farti prendere dal panico, continui a fare la solita vita.
Solo che ti capita, quando hai preso l’ascensore e sei arrivato al tuo quinto piano, di accorgerti che nel cervello è passato in un lampo, “Anche questa volta è andata bene.” Perché in effetti ti hanno detto che l’ascensore non va preso durante un sisma ma cinque piani a piedi, se si può, li si evita. E ci si trova, senza accorgersene, a guardare se ci sono crepe nel muro. Non ci sono. Se il lampadario dondola. A volte. Se la sedia a rotelle davanti al computer si muove mentre scrivi. Può capitare. Ma tieni duro a pensare che è inutile fuggire dalla

situazione esistente: per quanto tempo uno dovrebbe passare la notte in un prato o in un’auto? Prima o poi devi rientrare, se è vero che si tratterà di tempi lunghi.

Così si guardano le continue trasmissioni sullo stato delle cose, ti meravigli dell’equilibrio e della volontà di non arrendersi di chi è davvero, come dicono gli intervistati, “in ginocchio”. E benedici la fortuna di appartenere a  gente che ha sempre avuto una “buccia” dura, che non si lamenta più del dovuto, che parla con sobrietà di cose concrete da fare subito. Ma che ha diritto di chiedere una mano da tutti noi.

Passa un’altra settimana (mentre scrivo la sedia si muove sulle sue rotelline); domenica sera un’altra scossa inattesa (ci illudiamo sempre che sia l’ultima) e penso quanto difficile sarà ricostruire senza stravolgere, salvare l’aspetto delle cittadine colpite, aiutare i contadini con le loro case coloniche distrutte, rifare partire le industrie, ricostruire i monumenti  che non sono una priorità oggi ma lo saranno nel prossimo futuro perché bisogna potersi riconoscere nei propri luoghi, nessuno vuole casette prefabbricate con l’abbandono delle città.

Ma non eravamo una zona a basso rischio sismico? Pare che la nostra pianura sia come un budino: se lo scuoti appena, la scossa si dirama velocemente e lontanissimo. Con questa idea e sperando che la cuoca tenga il budino in frigorifero invece di sbatacchiarlo continuamente, mi rassegno ad essere

con determinazione razionale e ragionevole. Per ora non resta altro da fare.


lunedì 4 giugno 2012


SINFONIA D'AUTUNNO

OVVERO:

    “IL MIO VIAGGIO VERSO ITACA”

 

Sto rattrappita sulla sedia a dondolo di fronte alla grande vetrata che dà sul terrazzo e aspetto l'alba. E' ancora buio, ma al di sopra dei tetti delle case, si scorge un lieve chiarore; il sole impallidisce in questa ora incerta, opaco e malinconico. Stamattina non provo, come altre volte, la felicità nel contemplare quell'ondata azzurrina che appare ad oriente e lambisce un mondo perfetto ed impeccabile come se fosse nuovo di zecca. Nè il senso di pienezza e di vigore che dà essere testimoni dell'inizio di una nuova giornata. Qualcosa si è spezzato, tra ieri mattina e stanotte, i fili si sono aggrovigliati e mi avvolge una attonita disperazione. Sto qui raggomitolata da quando sono rientrata ieri sera, dopo una lunga ed estenuante serata con il padre del bambino che aspetto: non vuole che tenga il figlio, già...una brutta storia, cominciata male e finita peggio e poi...l'abbandono. Mi è andata male, sono incappata in una di quelle persone sbagliate. Avrei voluto picchiarlo, insultarlo, ferirlo con parole di disprezzo...ed invece me ne sono stata in silenzio, provando una grande pena per lui. L'indifferenza sarà d'ora in poi la mia sola arma (ho pensato), il mio peggiore insulto per lui, sarà cancellarlo completamente dalla mia vita, dal mio universo, scacciarlo da me il più lontano possibile. Da quel momento tutto è piombato nella irrealtà, come quando si esce dal delirio e non si riesce a capire ciò che è accaduto. Vorrei tenere il bambino ma...tutti sono contrari, nessuno mi ascolta e si preoccupa per me, sono sconvolti dai miei pensieri “sono troppo giovane per farcela da sola” mi ha detto mia sorella...lo so...ma vorrei un consiglio migliore, magari un incoraggiamento a tenerlo. Sto male, soffro come un cane, sono disperata ed allora sono andata da mia madre perchè penso che lei ne ha passate tante, mi consolerà, lei è una donna matura...mi capirà, mi ascolterà, magari mi darà conforto,ed invece... ha paura dei giudizi dei vicini, dei famigliari e degli amici...che tristezza!!! Ho preso un monolocale in affitto, devo riflettere, non voglio più consigli da nessuno, non voglio più farmi condizionare. Mi sento sola ed abbandonata in questa casa nuova e quasi vuota e stamattina sono a pezzi, mi guardo allo specchio, riflette i miei occhi appannati, la faccia stanca per la notte insonne, i segni sulla fronte, le occhiaie fonde e scure, come farò -mi chiedo- a ricondurre negli argini la piena dell'emotività che ha straripato questa notte? Avverto un lacerante e desolante senso di SCONFITTA.


Il sole appare di colpo, infuocato, dietro il tetto di un palazzo: la stanza si inonda di luce. All'improvviso tutto acquista colore e luminosità: il giallo, l'ocra, l'arancio, il rosso mattone e come per incanto anche i miei pensieri si illuminano e... finalmente so che cosa devo fare.


Sono passati quasi 30 anni da quella lunga ed interminabile notte, sono successe tante cose. Alcune settimane fa ci è stato chiesto di portare alcune foto e raccontarne la storia, ho scelto di raccontarvi di Sisina ma sono stata molto indecisa, avevo con me anche la foto di una bambina di 13 anni al suo primo saggio di pianoforte. Quel giorno vederla lì sul quel parco, terrorizzata fino a due o tre ore prima, ma così sicura nel momento in cui ha messo le mani sul piano, ho provato una emozione che ancora oggi non so descrivere...lei quel giorno, dopo tante critiche, dopo tanti rifiuti e dopo tanti pregiudizi era la risposta a chi non aveva creduto in noi, alla mia scelta, lei quel giorno era una grossa vittoria sulla vita. Un pianto liberatorio mi ha accompagnato per tutto il  resto dell'esibizione. Non è stato facile arrivare fin lì da sole. Ho dovuto lavorare molto anche su di me, dopo un periodo in cui mi sono addossata tutte le colpe, poi è subentrato il rancore, il risentimento e l'odio e poi inconsciamente è nata la voglia di vendicarsi ed ho cominciato ad odiare un po' tutti, soprattutto gli uomini ed ho cominciato ad usare le loro stesse armi per punirli e ferirli. E' vero, sono stata ferita molto...ma ho ferito tanto anche io. Si impara, basta esserci passati una volta. Si impara a prendere quello che c'è da prendere restando prudentemente distaccati, senza lasciarsi intrappolare dai sentimenti e questo fino al giorno in cui ho capito che così non andavo da nessuna parte, anzi, mi sentivo sempre più vuota e sola ed allora ho ripreso in mano la mia vita e facendomi aiutare da bravi professionisti sono riuscita a ritrovare la donna e la persona che più mi piace. Ho rimparato ad apprezzare le persone e a fare mie tutte le cose belle, mi sono arricchita della loro conoscenza e grazie anche al loro aiuto sono riuscita a cambiare. E' stato fino ad oggi, un percorso contro tutti, una continua lotta contro i mulini a vento per difendere le mie idee, ed oggi ho la gioia, di vedere mia figlia, ormai, giovane donna, che ha per me parole sempre di stima e gratitudine. Con lei, attraverso lei, sono stata in grado di assaporare gli entusiasmi, gli ardori e le gioie  insite nella sua infanzia. E' stato  una seconda occasione, per molti versi, di godermi cose perdute, ho il cuore pieno di amore per lei. Alla fine non ho capito se sono stata io a dare a lei o se è stata lei a dare a me, so solo che, se tornassi indietro nel tempo, rifarei esattamente la stessa scelta. Che dire... il tempo è passato, tante montagne da superare ma per fortuna anche tante discese, successi e gioie ( il suo diploma, la laurea, la nostra bellissima casa, il lavoro ecc...) e tutto questo senza accettare COMPROMESSI...C'E' L'ABBIAMO FATTA!!

Mentre scrivevo del mio viaggio verso ITACA

mi sono soffermata ancora davanti allo specchio, le rughe  sono più evidenti,i capelli sempre più bianchi, ma la luce negli occhi oggi è diversa da allora, oggi sono serena con me stessa. Non sono ancora arrivata in porto, la strada da fare è ancora lunga (spero) ed ho ancora tante cose e sogni da realizzare... viaggiare, scoprire, trovare; oggi, sono nella condizione giusta...è tempo di recuperare.

A.

sabato 2 giugno 2012


Il terremoto



Si diceva, “Oh! il terremoto!”

La risposta era , “ Non temere, in Emilia non succedono disastri”

“Ma del ’29?”

“Anche allora comignoli, paura, ma non disastri”.



Ore 4.01 del 20 maggio 2012, un rumore  ci sveglia.

Il rumore si tramuta in cigolii, scosse, si aprono gli armadi.

“Il terremoto!!”

Io e Giampaolo ci prendiamo per mano.

“Sta per finire.”

“Ma com’è lunga!”

Se da noi è così forte chissà sull’epicentro che disastro.

Ci alziamo, il primo pensiero va ai nostri ragazzi.

Partono le telefonate.
Non siamo tranquilli.

Ii vicini scendono in strada,.

Un’altra scossa e scendiamo anche noi.

Dopo un’ora si rientra tutti.



Accendiamo le televisione,

Cominciano ad arrivare le prime notizie.

L’epicentro è a 30 km circa da noi……..
Pensiamo ancora che qui in Emilia non possono succedere cose gravi, con tutti i castelli vecchi anche di 600 e più anni ancora lì.

No! no!

Torniamo a letto, però rimaniamo vestiti. E riusciamo anche a dormire.

La mattina, la radio e la televisione ci fanno vedere  la distruzione nelle nostre terre, fra la nostra gente.

Ha distrutto quelle Chiese e quei Castelli, che pensavamo fossero la dimostrazione dell’elasticità del nostro territorio.

Ha distrutto la produttività della nostra gente.




Ha ucciso gli operai delle nostre fabbriche.



Passano i giorni e  le notizie sono martellanti.

Tante scosse di assestamento ci tengono all’erta. Ma pensiamo ad un normale “sciame sismico”.



All’improvviso, alle 9.01 del 29 maggio una “bomba” identica a quella del 20 ci scuote nuovamente.

Io sono in ufficio. Giampaolo a casa.

Ci cerchiamo subito e ci tranquillizziamo.

Ma i cellulari non funzionano e non trovo i ragazzi,
Poi finalmente riesco a parlare anche con loro e con Elena.



Questa ripetitività ci allarma.

Mi accorgo di essere sempre in un po’ allerta.

Ho attaccato un ciondolo, con un filo, al lampadario perché penso che sia il primo ad avvertire le scosse e mi scopro a scrutarlo spesso.
Le trasmissioni televisive sono in collegamento continuo.

Non vorrei vedere ma non riesco a staccarmi da quelle immagini: paesi, che erano delle piccole capitali, distrutti, piccoli gioielli del medioevo che forse non rivedremo più.


E quelle vite stroncate dalla necessità e dalla volontà di lavorare e di ricominciare a vivere nella normalità:
l’Emilia è in ginocchio. Ma quando i ginocchi toccano terra possono darti l’appoggio per rialzarti.



Mirella




venerdì 1 giugno 2012

Le vostre storie


In metropolitana




Erano scese lungo la scala che conduce alla metropolitana. Erano piuttosto provate per avere vagabondato per il centro di Roma. In effetti l’itinerario scelto era abbastanza cogente, ma di tanto in tanto una prospettiva di una piazzetta le portava fuori strada o una nuova chiesa le invitava a una sosta non prevista.

In breve avevano deciso, due signore piuttosto anziane, di riprendere la metro e tornare a casa dell’amica che le ospitava. Inseriti i biglietti, ecco arrivava un treno. Stavano per salire quando un bambino e un ragazzo sui quindici anni vennero spinti con violenza fuori dal treno da un uomo alto dall’aspetto medio insignificante, uno di quelli di cui appena ti accorgi quando ti guardi attorno.

Le due donne non stentarono troppo a capire. Tra le urla dell’uomo imbestialito e quelle della madre dei due, più quelle della sorella, si capiva che l’uomo sfogava su di loro una acredine immotivata per il presente ma probabilmente covata da tempo. I due ragazzini erano rom, avevano un aspetto più che decente per  lo standard così detto  normale; non sembravano avere, come spesso accade, strumentini musicali per chiedere soldi, ma erano stati ugualmente oggetto dell’attenzione irosa dell’uomo.

In realtà le due signore non videro mai la provocazione, se ci fu, che aveva scatenato la furia dell’ uomo “perbene”. Forse i ragazzini intendevano  chiedere l’elemosina?

In pochi secondi, prima che il treno ripartisse, i due ragazzini erano però di nuovo sul treno, difesi dalle proteste di un paio di persone, le due signore incluse, ma la partita non era chiusa.

L’uomo inveiva: “Dovete andarvene! Non vi vogliamo qui! Siete dei ladri! Tornate da dove venite!” eccetera. Una giovane donna, che lo accompagnava, cercò inutilmente di trattenerlo e di interrompere le sue invettive. Il ragazzo più grande intanto urlava di rimando che uscisse e gli avrebbe fatto vedere lui. La madre prese il cellulare e gridò: “Chiamo la polizia.” La risposta era scontata. “La polizia deve arrestare voi.”

Tra le urla intervenne una giovane donna che con decisione si accostò al ragazzo e gli suggerì di smettere di rispondere alle provocazioni se non voleva rischiare e rassicurò la madre e la sorella.

Il bambino si era seduto da solo e stava azzittito e sgomento,  non rispondendo neppure al sorriso che una delle due signore anziane gli rivolgeva come per rassicurarlo.

Poiché l’uomo non si calmava, la donna si alzò, appena trattenuta dalla giovanissima figlia che la accompagnava, e gli gridò il suo sdegno. Si sarebbe dovuto vergognare di trattare due ragazzini in quel modo e di sfogare la sua rabbia razzista contro chi non aveva altra colpa che di  esistere entro lo spazio  che lui riteneva appartenergli. Era una donna piacevole da vedere,i suoi abiti semplici ma eleganti corrispondevano al suo modo di muoversi e di parlare: una donna intelligente, coraggiosa ed evidentemente offesa dalla ingiustizia. E la figlia adolescente, pur leggermente timorosa, la rispettava e la confermava nel suo agire . Erano due belle persone, ammirevoli.

Quale poteva essere la reazione dell’uomo se non  “Sei una radical chic! Ma piantala, occupati degli affari tuoi!”

Le due signore erano sgomente ma partecipavano alla scena sostenendo la giovane donna con parole e con sguardi di approvazione e cercando di rabbonire e consigliare i quattro rom.

La madre era così sconvolta e preoccupata che cominciò a piangere silenziosamente.

Una delle due anziane signore, che aveva già a fatica resistito all’emozione causata dalla scena violenta, si mise a piangere, vergognandosi per non essere capace di fare nient’ altro. Capiva che sempre, quando era necessario avere lucidità di calcolo e capacità di agire con fredda determinazione, l’emozione la sopraffaceva, rendendola inutile a qualunque atto se non a quello di partecipare con solidarietà col suo stupido silenzioso pianto.

Ma la donna rom la vide e capì.

Quando il cielo volle il percorso che i quattro rom dovevano fare finì e i quattro si prepararono a scendere. Un uomo abbastanza giovane si avvicinò e con garbo disse al ragazzo più grande.”Non devi mai rispondere alle provocazioni. Non servirebbe che a portarti dei guai. Quelli così non aspettano altro. Vogliono che vi ribelliate per avere una scusa per reagire. Ricordatelo.”

Le altre non molte persone nel treno avevano cercato di tenere un atteggiamento generalmente asettico, guardando senza mostrare alcuna reazione evidente.

I rom scesero. La giovane donna scese alla fermata successiva. Le due signore la salutarono con calore. Si erano riconosciute simili.

Un anziano signore romano disse sottovoce, “Vengono dal Nord. Loro non sanno.”

Ma le signore sapevano, certo che sapevano.